Monica e Oriana, una mimesi perfetta

14/05/2013

di ANGELO PIZZUTOPer il secondo anno consecutivo Monica Guerritore (che pure è stata, sulla scena, Santa Giovanna, Giocasta, Madame Bovary) affronta quello che ella considera il più difficile’corpo a corpo’ con un personaggio, una donna (un’intellettuale) contemporanea che è archetipo di scontrosità femminile, stereotipo di passione intransigente, incandescente, densa di contraddizioni- specie nel suo passaggio dal sentimento della combattente (in Sud America, nella Grecia dei Colonnelli) a quello dell’intolleranza ‘offesa’, reazionaria, dogmaticamente sorda alle (molto amare) ragioni della Storia (del suo crudele divenire) nel primo scorcio del terzo millennio, e a ridosso di quel conflitto di economia e cultura fra Islam e Occidente- non risolubile per disputa manichea.

Spigolosa, solitaria, sdegnata del ‘vivere banale’, Monica\Oriana (tagliente nella scrittura, riluttante alla parola parlata) ‘si svela’ nella casa newyorchese (in stato di abbandono) con dolente cipiglio e svettante femminilità, nonostante l’infierire della malattia. Sotto una coltre di cellophane sono distinguibili pile di libri e la macchina per scrivere incomparabile alla frigidità del computer . L’interprete (attesa per il mese prossimo all’Eliseo di Roma) tiene la scena in come amazzone di una laica, monacale idiosincrasia al ‘degrado del mondo’, senza appello, indulgenza, vibrazioni di pietas. Nella ruvidità, seducente ed altezzosa, che la giornalista un tempo ondivaga, cosmopolita frappone tra se stessa e ‘gli altri’ (come all’interno di un inferno sartriano), assecondata da una ‘premurosa’ comparsa e da ‘un giro di voci’ inquisitorie, fuori campo. Scelta non casuale capace di rimarcare (chiave di lettura dello spettacolo?) la distanza tra Oriana (la donna) e la Fallaci ( personaggio pubblico).

“Mi chiedete di parlare” – che la Guerritore scrive, dirige ed ovviamente interpreta – ha spunti di notevole interesse, specie in direzione di quella che gradualmente si afferma l’ ‘identificazione di una donna’ in forma di mosaico psicologico e di frammentarietà comportamentale. Ne scaturisce -mi par e- la convinzione (della Fallaci) di ‘coincidere’ totalmente con la propria scrittura e con ciò che di essa è certa che verrà tramandato, dando luogo alle polemiche di cui già detesta la caducità.

E, di seguito, il coraggio di fronte alla morte, il disprezzo per le mode e gli opportunismi d’ogni risma e colore, il dolore per la perdita dei propri cari (dalla madre all’amato Panagulis), il sincero disgusto per ogni forma di totalitarismo politico, ideologico, religioso.

Verso la metà della rappresentazione, molto breve (poco più di un’ora), si assiste ad una radicalità di smottamenti emotivi, ad una insorgenza di rabbia ferita e ferina . La Fallaci che assiste all’ecatombe dell ‘ 11 settembre è una donna che si lascia (letteralmente) “sopraffare dalla rabbia”, cedendo alla voluttà intellettuale di ‘sragionare’ consapevolmente come Erinni ingigantita dalla necessità di ‘provocare’ con maniere forti , definitive, da bastian contrario (della razza dei Montanelli, Cederna, Feltri) .

Si insinua (si vuole insinuare?) un dubbio: esiste una Fallaci ‘civile’ e una Fallaci incattivita dalla ‘corda pazza’? I libri posteriori al 2001 sono invettive d’orgoglio (e di toscana integrità di rango, di lingua) o filiazioni di una patologia fisica che inasprisce (mediante auto segregazione) una sensibilità ormai tesa come corda di violino, sino all’istante in cui essa si spezza? Pur dichiarando le sue perplessità rispetto ad una donna lasciatasi «arruolare senza appello tra le truppe di una destra oltranzista» , Monica Guerritore intarsia un chiaroscuro di donna fiero, sensualmente sarcastico, che non ammette liquidazioni di giudizio, pur essendo esilissimi i margini della sospensione, del metabolismo critico-distaccato. Probabilmente accadrà, ma quando i tempi saranno meno orridi, più maturi e affrancati dalle fibrillazioni della cronaca, delle stragi in presa diretta, servite a pranzo e cena dal totem televisivo.

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