Monica Guerritore:«Oriana Fallaci? Un modello di scontrosità femminile rivoluzionario»

27/02/2012

L'attrice romana: "Mi piace perchè contraddice tutti quei modelli di donna così ben disposta e compiacente a cui siamo abituati. Lei era spigolosa, tagliente. Un'assoluta novità italiana"

Dive e divette si affannano a definirsi attrici? Lei preferisce essere chiamata "interprete". Tutti rincorrono la chimera della visibilità televisiva? Lei continua imperterrita a scegliere il teatro. Le sue colleghe gareggiano a ringiovanirsi? Lei mostra orgogliosa le sue rughe e inneggia alla maturità.

Parliamo di Monica Guerritore, artista allergica al conformismo, forse l'unica in grado di registrare il tutto esaurito nei suoi spettacoli e ad aver portato in scena (e sullo schermo) il carattere della femminilità in tutte le più diverse sfaccettature, passando dai panni di Giovanna d'Arco a quelli di Oriana Fallaci, che sta per portare in giro per l'Italia.

Veste i panni della Fallaci in “Mi chiedete di parlare”, scritto e diretto da lei: com'è nata l'idea?

Mi hanno chiesto di portarla ovunque, comprese mete come Parigi e New York, a dimostrazione che il suo mito è ancora molto vivo. E' un archetipo di scontrosità femminile rivoluzionario per il nostro Paese, mi piace anche perchè contraddice tutti quei modelli di morbidezza femminile così ben disposta e così compiacente a cui siamo abituati. Lei era una spigolosa, tagliente, parlava quando le andava e di spalla, una assoluta novità italiana.

Non è la prima grande donna che interpreta, come si prepara per ruoli del genere?

Lavorandoci per mesi, in un modo che spiega bene la Morante in Menzogna e sortilegio: i personaggi la visitano durante la notte, vengono come a parlargli. Studio tanto prima, leggo ma non troppo, vedo ma non troppo, è come se spiassi per farmi un’idea delle contrapposizioni del personaggio e della sua storia, leggo alcuni brani dei libri, rubo un po’, poi comincio a immaginare, mi metto seduta e penso a come possa entrare, parlare, cosa possa dire. E' pura creatività, come entrare in una sala di sviluppo e stampa.

E' tra i protagonisti del film La bella gente, un ottimo lavoro pluripremiato all'estero che però in Italia, come troppo spesso accade, non trova ancora distribuzione.

Quello della distribuzione è un problema grande che penso stia per terminare, risultato di anni di grande mancanza di fiducia in sé, in cui il monopolio Rai-Mediaset è stato determinante. Siamo famosi per saperci inventare qualsiasi cosa, ma siamo anche figli di questi ultimi anni, con persone che potevano decidere e hanno chinato la testa.

È molto più facile sfornare commedie?

Certo, e va benissimo, anche io ne ho fatta una (La peggior settimana della mia vita) che mi ha divertito molto mentre la giravo. Il problema è che è facile giudicare una commedia, che sicuramente piace, fa soldi e non dà fastidio, più difficile è avere la libertà di giudizio di un film che non fa ridere perché qualcuno inciampa e cade, ma perché noi stessi cadiamo metaforicamente sui nostri ideali. Per La bella gente c'è stata una vendita incauta, ed è un peccato, è un film di forte autocritica in cui si ride perché ci si immedesima e racconta con leggerezza, ironia e crudeltà quella che è la nostra pigrizia mentale, affettiva e sociale. Nel senso che per venti minuti siamo tutti buoni, 'per sempre' giusto come idea.

In occasione della rassegna Femminile Singolare ha detto di non sostenere quote rosa e differenze di genere. Come vede oggi la condizione femminile in questo Paese?

Il problema femminile in Italia è ancora forte. In Europa ci sono intepreti che vantano carriere fatte di teatro, cinema e riservatezza, in Italia no: siamo il popolo dei Michelangelo e Caravaggio, ma anche delle Artemisia e deve scattare prima o poi il meccanismo, perché la creatività femminile è di più, e bisogna difenderla. Anche i ruoli femminili, se pensiamo a Meryl Streep o Glenn Close ci accorgiamo che altrove non c'entrano con l'età, solo in Italia siamo vincolati a questi stereotipi senza senso.

Lei non soffre il passare degli anni?

Al contrario, lo vivo come una libertà: lo ripeto sempre anche alle mie figlie, l’età più bella comincia dopo i 40 anni. Oggi non mi preoccupo più di come sono vestita, se sono truccata, cosa pensi di me la gente, non me ne frega un accidente: lavoro come una pazza, sono un vulcano di energia, e mi sento molto meglio ora rispetto a vent'anni fa.

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